Visualizzazione post con etichetta Letture antisacrificali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Letture antisacrificali. Mostra tutti i post

lunedì, giugno 11, 2007

Lettura non sacrificale del Vangelo (seconda parte)

Il punti di approdo della prima parte di questa trattazione sono i seguenti:

  1. Il Regno dei cieli è l'amore sostituito a tutto l'apparato dei rituali e dei divieti.
  2. Il Regno è l'eliminazione della vendetta nei rapporti tra gli uomini.
  3. La violenza non è concepita come un istinto umano, inestirpabile dalla natura umana. Al contrario, Gesù dimostra che ci si può liberare dalla violenza.
  4. La violenza è sovrapposta alla schaivitu, essa produce negli uomini una visione falsificante non solo della religione e della divinità, ma di tutta la reltà.
  5. L'obbedienza o la disubbidienza alla regola dell'amore genera due Regni contrapposti che non possono comunicare l'uno con l'altro. Gesù è il profeta del Regno dell'amore.

Gesù realizza una rottura definitiva con l'Antico Testamento, rottura che si traduce nell'eliminazione della pratica sacrificale e nella fine della concezione della divinità violenta. Infatti, nell'Antico Testamento la desacralizzazione dei miti, dei rituali e della stessa Legge, sui quali si reggeva la pratica sacrificale, non può realizzarsi completamente a causa dell'incompiutezza della rivelazione. Di conseguenza, anche il filone del profetismo pre e post-esilico rimane intrappolato nella concezione violenta della divinità, alimentando, ad esempio, la speranza in un "giorno di Yahvè", una nuova epifania della violenza nella quale Dio avrebbe manifestato la sua collera contro gli empi.

La differenza tra Antico Testamento e Nuovo Testamento consiste proprio rispettivamente nella presenza e assenza dell'idea della purificazione violenta del mondo ad opera di Dio. Per la precisione, lo spirito autentico del Vangelo desacralizza la violenza divina presupposta dall'Antico Testamento. Purtroppo, nel corso dei secoli, la Chiesa ha risacralizzato il Vangelo, dandone così una interpretazione in linea con la mentalità sacrificale. Anche i moderni esegeti, sia credenti che non, si accodano a una lettura di stampo medioevale del Vangelo, regredendo così a una concezione veterotestamentaria che Gesù ha cercato di demolire. I primi, infatti, fanno propria la concezione di un Dio violento che porrà fine agli abomini di una umanità peccatrice e smarrita; i secondi, invece, si limitano a denunciare tale concezione e non mettono mai in discussione la lettura che il cristianesimo ufficiale fa di questi testi.

Per accreditare la concezione sacrificale della divinità, i propugnatori del cristianesimo sacrificale citano spesso la parabola dei vignaioli omicidi di Luca 20, 15-16 in cui Gesù pronucierebbe le seguenti parole: "farà perire i vignaioli infedeli e ne metterà degli altri al loro posto”. La stessa parabola è riportata nel Vangelo di Matteo, in una versione però leggermente differente rispetto a quelle di Marco e Luca: "quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli? Gli risposero: “Farà perire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo." (Mt. 21, 40-41). Come si può notare, in Matteo non è Gesù a pronuncarsi, ma i suoi discepoli. Gesù, dunque, lascia che i discepoli si assumano la responsabilità della risposta, e infatti la risposta non può che essere conforme al pensiero dei discepoli, che è un pensiero di matrice sacrificale, che presuppone l'esistenza di una divinità violenta.

Un altro testo su cui fanno perno i sostenitori del cristianesimo sacrificale per legittimare le proprie concezioni, è l'Apocalisse.

L’apocalisse di Giovanni sembra giustificare, a prima vista, una lettura in chiave sacrificale dellla rivelazione. In effetti, il tema apocalittico sembra rappresentare una regressione verso la concezione violenta della divinità e, per certi aspetti, sembra inconciliabile con la predicazione del Regno di Dio annunciata da Gesù. E. Renan nel XIX sec. si è sforzato di spiegare questa contraddizione postulando l'esistenta di due Vangeli: una predicazione originaria che apparterrebbe solamente al Gesù “storico” più o meno arbitrariamente ricostruito, e una ripresa e una distorsione di questa predicazione in forma teologica, a partire da Paolo di Tarso in poi.

La sottoscritta è invece convinta che anche i testi passibili di interpretazione sacrificale possano essere perfettamente inquadrati in una cornice non sacrificale. Il punto di partenza è capire che la violenza apocalittica preannunciata dai Vangeli non è di origine divina. Questa violenza, nei Vangeli, è sempre riferita agli uomini, non a Dio. Il fatto che le immagini che descrivono l’apocalisse siano attinte dall’Antico Testamento può trarre in inganno il lettore, portandolo alla conclusione che quelle stesse immagini che nell’Antico Testamento sono associate alla collera e alla vendetta divine, siano espressione, nell’Apocalisse, della violenza della Divinità.

"Sentirete anche parlare di guerre e rumori di guerre; badate bene di non allarmarvi: perché bisogna che ciò avvenga, ma non è ancora la fine. Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno” (Matt. 24, 6-7). La violenza apocalittica nei Vangeli è sempre riferita agli uomini, e mai a Dio. Gli esegeti non se ne rendono conto perché leggono i testi alla luce del Vecchio Testamento (nel quale effettivamente la divinità è partecipe della violenza) e rimangono fedeli alla teologia medioevale imbevuta di cultura sacrificale.
In realtà, nell’Apocalisse nessun regista divino conduce il gioco; proprio la totale assenza di Dio, prima del giudizio, conferisce a questi testi l’immagine di una umanità come unica responsabile della propria degenerazione: “E vi saranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle. Sulla terra le nazioni si troveranno in angoscia, sbigottite dal rimbombo del mare e dei suoi flutti; gli uomini moriranno di spavento, nell’attesa di ciò che minaccerà il mondo, perché le potenze dei cieli saranno scosse” (Lc. 21, 25-26). Le potenze citate nel versetto di Luca non possono riferirsi alla divinità. Le potenze dei cieli non hanno nulla a che vedere né con Gesù né con suo Padre. Sono loro che hanno dominato il mondo sin dall’inizio dei tempi. Queste potenze mondane ricevono i nomi più diversi nel Nuovo Testamento; possono essere presentate sia come umane sia come demoniache e sataniche, sia anche come angeliche. Quando Paolo afferma che non è stato Dio a promulgare la legge ebraica ma un suo angelo, intende con ciò dire che questa legge è vincolata ancora a tali potenze. A seconda dei periodi storici e dopo l’intervento di Gesù nella storia umana, queste “potenze dei cieli” appariranno o come forze positive che mantengono l’ordine e impediscono agli uomini di distruggersi tra loro nell’attesa del vero Dio, oppure al contrario come dei veli e degli ostacoli che ritardano la pienezza della rivelazione.
I Vangeli ci annunciano incessantemente che Gesù deve trionfare su queste potenze, che in altre parole egli sta per desacralizzarle, ma i Vangeli risalgono nel loro insieme al primo secolo della nostra era, ossia a un’epoca nella quale questa opera di desacralizzazione è, evidentemente, ben lungi dall’essere compiuta. Perciò i redattori del Nuovo Testamento non possono fare a meno di ricorrere per designare queste potenze, a espressioni ancora contrassegnate dal simbolismo violento, anche quando essi annunciano la loro totale desacralizzazione
. . Nel momento in cui queste potenze credono di trionfare, nel momento in cui la Parola che le rivela e le denuncia come fondamentalmente violente è ridotta al silenzio dalla crocifissione, che rappresenta un nuovo assassinio e una nuova violenza, queste potenze in realtà sono vinte una volta per tutte.

Le potenze illusiorie e gli uomini vittime di tali potenze sono scandalizzati da un Dio inchiodato alla croce: per costoro costituisce motivo di scandalo che Colui che si dichiara il Figlio di Dio possa essere messo in croce come un comune malfattore. Per razionalizzare l'assurdità del fatto inaudito, gli uomini hanno confezionato il mito della vittima espiatoria, l'agnello sacrificale che toglie i peccati del mondo, non capendo che con questa operazione simbolica ricadono nuovamente nella mentalità sacrificale che esige un sacrificio per pareggiare i conti con Dio. In virtù di questa operazione che sconfessa il carattere propriamente violento e ingiusto della morte di Gesù, i difensori del sacrificale di fatto propongono una visione edulcorata e falsificante della crocifissione che li scarica parzialmente dalle loro responsabilità: nella prospettiva sacrificale, il Cristo crocefisso non appare più come una vittima a tutti gli effetti, ma come una vittima che si è offerta spontaneamente per salvare il mondo dal peccato. Si tratta di una operazione di pura demistificazione: affermare che Gesù è morto in un sacrificio, equivale a riabilitare il mondo che Lo ha rifiutato. Infatti, nella prospettiva sacrificale, gli assassini sono solo gli esecutori della volontà divina. Se c'é stato un capovolgimento così dannoso nella storia del cristianesimo, questo andrebbe proprio identificato con l'esigenza sacrificale della morte di Gesù. E invece Gesù, fra tutte le vittime mai esistite, è stata la sola capace di rivelare la vera natura della violenza.

Gesù combatte contro il sacrificio e, in generale, contro tutte le istituzioni che legittimano la violenza. I rappresentanti di quelle istituzioni, per farlo tacere una volta per tutte, lo inchiodano alla croce. Ma Gesù resuscita, vince sulla morte e su coloro che ne avevano decretato la pena capitale e con Lui resuscita anche la Parola che ha rivelato al mondo.

"La pietra che gli edificatori avevano scartato, è diventata la pietra angolare? Chiunque cadrà sopra questa pietra si sfracellerà e colui sul quale essa cadrà sarà stritolaro" (Luca, 20, 17-18).

La pietra angolare è Cristo; colui che cade su questa pietra è l'umanità intera che si scandalizza della croce: "contro di essa urteranno coloro che non credono alla Parola; a questo, infatti, sono stati destinati" (Pietro 2,8).

domenica, giugno 10, 2007

Lettura non sacrificale del Vangelo (prima parte)

I Vangeli parlano sempre dei sacrifici solo per rigettarli e negare loro ogni valore positivo. Al ritualismo farisaico Gesù oppone una frase antisacrificale di Osea: “Andate, dunque, a imparare il significato di questa parola: “Misericordia io voglio, non sacrificio”. (Matt. 9, 13). In un altro brano antisacrificale c'è molto più di un semplice precetto morale, c'é un accantonamento del culto sacrificale e al tempo stesso una rivelazione della sua funzione, ormai compiuta e decaduta:“Quando presenti la tua offerta all’altare, se lì ti ricordi che tuo fratello ha del risentimento contro di te, lascia la tua offerta là dinnanzi all’altare, e va prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna, e presenta allora la tua offerta”. (Matt. 5, 23-34).

Anche l'interpretazione della Passione in chiave sacrificale, che generalmente danno gli esegeti di Palazzo, non ha la minima aderenza al testo evangelico. Non c’è nulla nei Vangeli che suggerisca la morte di Gesù come un sacrificio. I passi invocati per giustificare la concezione sacrificale della Passione possono e devono essere interpretati al di fuori del sacrificio. Nei Vangeli la Passione ci è infatti presentata come un atto che arreca la salvezza all’umanità, ma in nessun caso come un sacrificio. Noi dobbiamo cioè recuperare solo la dimensione redentrice della Passione e abbandonare quella sacrificale. La lettura sacrificale della Passione deve essere criticata e dichiarata il più paradossale e il più colossale errore teologico di tutta la storia cristiana, e quella che allo stesso tempo rivela l’impotenza radicale dell’umanità di mettere in discussione i fondamenti violenti della propria società, anche quando sia a lei espressa nella maniera più esplicita.

Di tutti i rovesciamenti che la Chiesa ha imposto all’umanità, non ce n’è uno più grave di quello della lettura sacrificale della morte di Gesù. La lettura in chiave sacrificale del testo evangelico ne sovverte infatti il significato originario. Rigettare la lettura sacrificale significa assumere una prospettiva antropologica che rivela il testo nella sua autenticità primigenia, liberandolo dall’ipotesi della vittima espiatoria. Grazie alla lettura sacrificale ha potuto esistere, per venti secoli, quella che si chiama la cristianità, ossia una cultura fondata come tutte le culture, su forme mitologiche fondata sulla violenza. La cristianità è colpevole di aver prodotto il misconoscimento del testo evangelico e, basandosi su questo misconoscimento ermeneutico, di aver ripetuto forme culturali ancora sacrificali e generato una società che riflette la visione sacrificale, e che il Vangelo invece combatte.

Qualsiasi lettura sacrificale è incompatibile con il messaggio dei Vangeli, i quali rivelano senza mezzi termini il ruolo che il sacrifico ha avuto ed ha tuttora in tutte le culture e religioni. La rivelazione della violenza di tipo sacrificale messa in luce nel Vangelo rende del tutto inconcepibile ogni compromesso evangelico con il sacrificio/violenza: una simile concezione non può che dissimulare, ancora una volta, il significato vero della Passione e la funzione che i Vangeli le attribuiscono: sovvertire il sacrificio.

Ad una lettura superficiale di alcuni passi evangeli, la lettura non sacrificale sembra incontrare dei forti ostacoli, rappresentati ad es. dalla concezione violenta della divinità quale traspare nell’Apocalisse. In realtà nei Vangeli non c’è nulla di incompatibile con una lettura non sacrificale. Anche quegli elementi la cui presenza sembra contraria allo “spirito evangelico”, come il tema apocalittico, trovano spiegazione solo presupponendo una interpretazione non sacrificale, piuttosto che con una di tipo sacrificale. "Contrariamente a quanto si pensa, non c’è mai contraddizione tra la lettera e lo spirito; per raggiungere lo spirito basta abbandonarsi veramente, leggere semplicemente il testo senza aggiungervi o togliervi nulla." (René Girard).

Per avvalorare la validità della lettura non sacrificale bisogna partire dal presupposto che nulla di quanto i Vangeli affermano su Dio autorizza il postulato inevitabile cui giunge la lettura sacrificale della Epistola agli Ebrei. Questo postulato è stato formulato dalla teologia medioevale e presuppone una esigenza sacrificale del figlio da parte del Padre. Non solamente Dio reclama una nuova vittima, ma reclama la vittima più preziosa e cara, il suo stesso figlio. La lettura non sacrificale dimostra efficacemente l’assurdità di una tale esigenza. Questo postulato è riuscito più di ogni altra cosa, probabilmente, a screditare il cristianesimo nel mondo moderno agli occhi degli uomini di buona volontà, cioè per gli uomini che, pur non credenti, con le loro azioni e il loro comportamento quotidiano, fanno la volontà del Padre.

E in effetti l’esigenza sacrificale appare inaccettabile per il mondo moderno e contribuisce in larga misura al formarsi di quel sentimento di repulsa e disprezzo verso il cristianesimo “addomesticato” propagandato dalla Chiesa. Un cristianesimo basato sul sacrificio è intollerabile ed è divenuto la pietra d’inciampo per eccellenza per un mondo del tutto ribelle verso il sacrificale, e non senza giustificazione, anche se questa rivolta resta anch’essa impregnata di elementi sacrificali che finora nessuno è riuscito a estirpare. Un Dio che impone il sacrificio al proprio figlio è un Dio violento, un dio che accetta la violenza come iscritta nell’ordine naturale delle cose. In realtà, nessun passo evangelico autorizza ad attribuire alla divinità la minima violenza.
Al contrario, nei Vangeli ci è presentato un Dio estraneo a qualsiasi violenza. Se nell’Antico Testamento permangono tracce di una concezione vendicatrice di Dio, per via dell’incompiutezza della rivelazione, i Vangeli negano esplicitamente tale concezione portando così a compimento l’opera dell’Antico Testamento. Il testo fondamentale, quello che ci presenta Dio come estraneo a ogni vendetta, desideroso, di conseguenza, di vedere gli uomini rinunciare alla vendetta è Matt. 5, 44-45: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano; così sarete figli del Padre vostro che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi, e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.
Accanto al testo sopraccitato bisognerebbe tenere presenti anche quelli che negano ogni responsabilità divina nelle infermità, nelle malattie, nelle varie catastrofi in cui muoiono vittime innocenti e soprattutto, nei conflitti. Una pratica immemorabile e inconscia di tutte le religioni primitive è qui esplicitamente ripudiata, quella che consiste nell’attribuire alla divinità la responsabilità di tutti i mali del mondo. Gli esegeti che adottano questa interpretazione sono spesso accusati di costruire una divinità lontana e astratta, impassibile alla sorte degli uomini. In realtà, nel testo evangelico non si ha a che fare con un Dio indifferente, ma con un Dio che vuole farsi conoscere e può farsi conoscere dagli uomini soltanto ottenendo da essi quello che Gesù propone loro, cioè una riconciliazione senza riserve mentali e senza intermediario sacrificale, una riconciliazione che permetterebbe a Dio di rivelarsi qual è, per la prima volta nella storia umana.
Possiamo quindi affermare che l’ostacolo insormontabile alla piena rivelazione di Dio agli uomini è la mentalità sacrificale di cui è permeata l’umanità e che sta a fondamento di tutte le sue forme culturali. L’ateismo del mondo moderno è, in questa prospettiva, radicalmente incompatibile con una lettura non sacrificale. Esso, a causa del suo scetticismo verso qualsiasi dimensione spirituale e trascendente, è incapace di rivelare i meccanismi violenti, anzi, contribuisce a perpetuarli. Negare l’esistenza della divinità significa infatti negare che dietro alla rivelazione evangelica del fondamento vittimario ci sia la divinità non violenta. E’ la divinità che, tramite suo figlio, nei Vangeli svela la violenza fondatrice di tutte le culture umane.

Per giustificare la lettura sacrificale si è obbligati a postulare, tra il Padre e il Figlio, una specie di intesa segreta che verterebbe sul sacrifico in questione: il Padre chiederebbe al Figlio di sacrificarsi e il Figlio, obbedirebbe a questa ingiunzione. Questa idea incredibile è insostenibile del patto segreto tra il Padre e il Figlio è contraddetta esplicitamente da alcuni passi del Vangelo di Giovanni: Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; io vi chiamo amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio, l’ho fatto conoscere a voi (Gv. 15, 15).
Qui siamo di fronte allo sgretolamento delle letture sacrificali, che hanno finora impedito alla potenza sovversiva del testo evangelico di mettere radici in mezzo agli uomini. La lettura non sacrificale è superiore rispetto a qualsiasi interpretazione che evochi il sacrificale, perché è l’unica che svela il meccanismo violento.
Gesù disse, "Se coloro che vi guidano vi diranno: "Ecco, il Regno è nei cieli", allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno: "E nei mari", allora i pesci vi precederanno. Il Regno, invece, è dentro di voi e fuori di voi. Vangelo di Tommaso, Loghion 3